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Marco Gerolamo Vida
Cremona 1480/1485 - Alba 27.11.1566
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by Daniele Ciani
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Marco Gerolamo Vida (1), poeta e umanista, figlio di Guglielmo e Leona Oscasala, nacque a Cremona prima del 1490 (2), da genitori poveri ma di nobili origini (3). Trascorse l'infanzia a Cremona, dove iniziò gli studi che poi proseguì con profitto a Padova, forse a Bologna e poi per lungo tempo a Mantova. Fu ammesso, ancora giovane, alla congregazione dei Canonici Regolari di San Marco. In seguito andò a Roma (4) dove divenne canonico di San Giovanni in Laterano. Il suo talento per i versi latini (5) lo mise in luce agli occhi di Papa Leone X che gli assegnò il Priorato di San Silvestro, a Frascati. Lì scrisse la sua opera maggiore: la "Christiade", poema in esametri latini composto in 6 libri e lo "Scacchia Ludus", in due libri. Fu nominato vescovo di Alba da Papa Clemente VII, il 6 febbraio del 1533, come ricompensa per i suoi meriti letterari. Probabilmente portò ad Alba la sua residenza, dopo la morte del papa e qui trascorse la maggior parte dei suoi anni restanti. Partecipò al Concilio di Trento indetto da Papa Paolo III nel 1545. Morì ad Alba il 27 settembre del 1566 (6).
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- Fu battezzato con il nome di Marco Antonio che cambiò in Marco Gerolamo, quando entrò nell'ordine dei Canonici Regolari Lateranensi.
- Non si conosce con precisione l'anno di nascita, probabilmente intorno al 1480, né il luogo anche se la tradizione vuole abbia visto la luce nella villa rurale della famiglia a San Bassano.
- Alcuni ascendenti avevano raggiunto la dignità di Console del Comune di Cremona. La madre di Gerolamo, Leona, era della nobilissima famiglia degli Oscasali. Suo fratello era Capitano della Repubblica di Venezia.
- Intorno al 1510.
- Tanto da essere poi chiamato "il Virgilio cristiano".
- Fu sepolto nel monumento funebre eretto in capo alla navata destra della Cattedrale.
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"Scacchia Ludus": poemetto in esametri latini, di ispirazione virgiliana, nel quale viene rappresentata una partita fra Apollo e Mercurio, alla presenza degli altri dei dell'Olimpo, in occasione delle nozze fra Oceano e la Terra. Mercurio, quale vincitore, riceve in premio il caduceo. Questi poi, innamoratosi della ninfa Scaccheide, le dona la scacchiera e le insegna il gioco, che da allora prende il suo nome.
Quest'opera ebbe grande diffusione e , nel corso dei secoli successivi, fu tradotta in molte lingue. L' opera, scritta nel 1513, fu pubblicata anonima solo nel 1525 e, due anni dopo, in edizione Personaggi e Autorizzata.
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Fonti Storiche
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Giovanni Accorroni "La Scaccheide: poemetto di monsignor M. Gerolamo Vida Vescovo d'Alba trasportato dal testo latino in versi italiani da Filergo" Italia 1810
Marco Gerolamo Vida nacque in Cremona del 1470 nella vicinanza di s. Leonardo da Gelelmo Vida, e Leona Oscasaia. Gelelmo discendeva da nobile famiglia, contandosi fra li di lui Maggiori Bonvesino Vida stato Console della Città nel 1166 ma tenui essendo le di lui fortune viveva in una onorata povertà, la quale però non gli tolse di poter dare al figlio una scelta educazione , che lo condusse a quell'apice di dottrina, che lo fece poi ammirare da tutti li suoi contemporanei.
Cominciò Marco Gerolamo sotto gli occhi de' Genitori li suoi studj nelle pubbliche scuole di Cremona, li proseguì nelle scuole di Mantova, nelle quali finì il corso di Filosofia, Indi passò alla Università di Padova , poi a quella di Bologna, ove si applicò specialmente alla Teologia, ed alla Poesia.
Convien dire, che assai rapidi siano stati li suoi progressi nelle Scienze, poiché si rileva, che ancor giovanotto fu ricevuto nel Collegio dei Canonici Regolari di s. Marco di Mantova, d' onde passò a Roma nella Congregazione de' Canonici Regolari di s. Giovanni Laterano. Quivi coltivando con assiduità le dottrine Teologiche, ed applicandosi per sollievo alla Poesia si acquistò molta fama in quella Capitale centro degli ameni studi, attesa la protezione , che loro compartiva il Sommo Pontefice Leone X allora felicemente Regnante.
II celebre Lascari, Greco Letterato che alla caduta di Costantinopoli sua patria in potere degli Ottomani erasi rifuggiato in Italia presso Lorenzo De Medici , nella di cui casa trovarono in quel tempo asilo tutt'i Dotti d'Europa, fu il primo, che godendo la confidenza del Papa Leone figlio del suddetto Lorenzo, gli fece per mero caso conoscere i talenti del Vida dandogli a leggere la Scaccheide, una delle prime di lui produzioni , che allora usciva alla luce, e la quale veniva da tutta Roma accolta con entusiasmo.
Avidamente il dotto Pontefice lesse quel leggiadro Poemetto, e seco stesso calcolando sul bello, che nel medesimo traspira da ogni lato, quanto poteva ripromettersi dal Genio del di lui Autore , giudicò essere desso l'unico capace di descrivere con sublimità, ed eleganza di poetico stile la vita, ed i miracoli del nostro Redentore, opera che per di lui commissione era già stata da altri grand' uomini tentata, ma da nessuno compita.
In questa vista il Papa tratto Marco Gerolamo dal ritiro del suo Chiostro, lo chiamò in Curia, ed avendolo per tal guisa a se avvicinato , e scandagliatine più d' appresso li talenti, e la capacità, gli commise la grande difficile impresa, che da molto tempo desiderava di veder eseguita.
Perchè poi potesse il Vida a quella attendere con maggior quiete, e comodità gli permise di allontanarsi dallo strepito della Corte, e di ritirarsi in Toscoli nel Priorato di s. Silvestre, che il Papa a quest'effetto gli assegnò ìn titolo. Quivi fu cominciata, e terminata la Cristiade Poema per ogni riguardo incomparabile.
Due disastri però vennero in questo tempo a turbare li pacifici studi dei nostro Vida : il primo fu la perdita de' suoi Genitori in Cremona, l'altro la morte del suo Protettore il Sommo Pontefice Leone in Roma. Sostenne però egli questi rovesci con Cristiana fermezza, e consacrò il suo pianto sulla tomba de' Genitori con una flebile elegia.
A Leone succedette Adriano VI, che nel breve suo Pontificato appena potè occuparsi degli affari più importanti della Chiesa, e dello Siato. Ad Adriano succedette Giulio de' Medici, che assunto al Pontificato prese il nome di Clemente VII.
Questi animato dagli stessi sentiménti dell'Illustre suo Predecessore Leone di cui era cugino, sentimenti che erano proprj della Famiglia a cui entrambi appartenevano, continuò a favorire gli studj liberali , e ripromettendosi la più felice riuscita nella grande opera affidata al Vida, cui Clemente conosceva da vicino per essere stato qualche tempo anche di lui compagno di studio, lo chiamò a sé assai amorevolmente, e fattosi comunicare ciò che aveva fin allora composto della Cristiade, ne rimase soddisfattissimo, e gli ingiunse di portarla al suo termine.
Dietro questa nuova spinta finì il Vida il suo Poema, e presentatolo al Papa ne ebbe in guiderdone il Vescovado d'Alba nel Monferrato, al quale fu nominato li 6 febbrajo del 1532, ma ne prese possesso soltanto dopo due anni, avendolo Clemente, cui era accèttissimo, ritenuto per tutto questo tempo presso di se in Roma.
Passato alla sua Sede il Vida si applicò ben tosto ad attendere con diligenza a' doveri della nuova sua Dignità, senza però abbandonare la coltura delle belle Lettere, come ne fanno prova li di lui molti componimenti, tutti pressoché Sacri, scritti durante il Suo Episcopato, e come ne fa prova la corrispondenza, che mantenne viva coi più dotti uomini del suo tempo, ed in ispecie coi Cardinali Bembo, e Sadoleto.
Nè solo egli si prese somma cura del bene spirituale delle anime alla di lui custodia affidate, ma zelante protettore della sua Diocesi, egli la difese anche nel Temporale in incontri diffìcilissimi, e specialmente nella occasione della ripresa d'Alba che Don Ferrante Gonzaga Marchese di Mantova fece nel 1552 per l'Imperatore Carlo V.
All'avvicinarsi dell'esercito imperiale temevano li cittadini d'Alba, non senza fondamento che quella Città potesse andar sottoposta a danni, e rovina. Monsignor Vida, che trovavasi in Cremona scrisse al Marchese , che comandava quella spedizione implorando il di Lui favore per la sua greggia, e questi gli rispose ben tosto da Alessandria in data del 15 dicembre i552 che per tutti li buoni rispetti, ed in ispecie per quello di Lei, cioè del Vescovo, si sarebbe dato tale ordine, che ogni cosa passerà bene, e senza il danno che altri presuppongono , come infatti avvenne.
Resosi il Vida per tanti titoli benemerito alla sua Diocesi, fu da tutti sommamente amato , e riverito sino all'estremo della sua vecchiezza nella quale arrivò a toccare l' anno novantesimo sesto della sua età, ed il trentesimo quinto del suo Episcopato. Egli morì in Alba li 26 settembre del 1566 e fu sepolto nella sua Cattedrale con molta pompa; la Città poi di Cremona gloriosa d'un sì illustre suo Concittadino gli fece fare solenni esequie, ed erigere un monumento a pubbliche spese.
Monumenti però più durevoli del Marmo, e del Bronzo sono le opere che ci rimangono di lui, cioè la Cristiade, e la Scaccheide delle quali già si fece cenno , la Poetica dedicala al Delfino di Francia , il Poemetto su i Bachi da Seta dedicato ad Isabella d'Este Marchesa di Mantova, gli Inni, le Egloghe, il Carme Pastorale in morte di Giulio II, il Martirio di s. Dalmazio, ed altre poesie tutte egualmente pregevoli, e talmente modellate sullo stile di Virgilio, che a ragione un poeta francese lasciò sul Vida il seguente Distico
Vida fut de Virgile l'Illustre Imitateur,
Et Mantoue en Cremone eut une digne Soeur.
Né meno purgata, ed elegante fu la di lui Prosa Latina, nella quale abbiamo molte sue Lettere , alcune Orazioni , e fra queste una per la Città di Cremeria contro quella di Pavia sopra diverse controversie nate fra li due Pubblici, un Trattato sulla Dignità della Repubblica dedicato al Cardinale Reginaldo Polo, altro Trattato sulli doveri della Magistratura, e le Costituzioni Sinodali, opere tutte piene di erudiziene, e di sapienza.
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